LETTURE · Opinione · qualche pezzo di me

Centomila gavette di ghiaccio

Oggi è il compleanno di mio papà.

Quando ero piccola lo sentivo parlare spesso di un libro dal titolo: “Centomila gavette di ghiaccio”. Per lui era un libro importante perché raccontava della seconda guerra mondiale e dei soldati dispersi in Russia. Aveva un fratello più grande partito appena diciottenne per la campagna di Russia e mai più tornato. Quando ci pensava gli venivano le lacrime agli occhi e, parlando a voce alta con nessuno, ripeteva ciò che aveva letto. Raccontava dei piedi di quei ragazzi senza scarponi, avvolti in pezze di cui io cercavo di immaginare come potessero proteggerli mentre guardavo la neve scendere fuori dalla nostra modestissima casa di ringhiera e mi avvicinavo alla stufa per non restare intrappolata in quel doloroso racconto.

Mio padre è morto giovane, e quindi siamo stati poco insieme. Era un gran brav’uomo, ma totalmente anaffettivo, non ricordo una sua carezza. Era troppo occupato a piangere sulla vita grama nei suoi primi trent’anni, prima di mia madre e di me. Però ancora oggi quando guardo fuori dalla mia attuale casa, calda e molto confortevole, non posso fare a meno di pensare a lui e alle centomila gavette di ghiaccio.

Gavette che io traduco – ai giorni nostri – in quello che vedo, sia vicino sia lontano da me.

Qui davanti, proprio sul mio balcone, vedo tanti uccelletti che approfittano della mensa pellegrina che ho predisposto apposta per loro, e mi sento lievemente sollevata perché almeno questi poveretti, se non muoiono di freddo, possono trovare qualcosa di cui cibarsi.

In radio sento notizie di volontari che portano sacchi a pelo per chi dorme in strada, e soccorrono i derelitti. A proposito: perché le chiese non restano sempre aperte per dare ospitalità in queste occasioni? Nelle grandi città ce ne sono parecchie, sarebbe il momento più opportuno per dimostrare da vicino che il famoso otto per mille viene utilizzato come dice la pubblicità. Non parlo del duomo di Milano o chiese che ospitano grandi opere d’arte, e nemmeno di lasciare porte aperte e incustodite. Le chiese di quartiere potrebbero essere gestite, in caso di necessità, proprio dai volontari per non lasciare che si attivino solo in mezzo alla strada. Ma forse è difficile gestire operazioni del genere, e il parroco – pastore di anime – preferisce dormire tranquillo piuttosto che trascorrere notti insonni a sorvegliare il gregge.

Poi vedo tanti paesi italiani sconquassati dalle privazioni imposte per le abbondanti nevicate. Persone isolate da giorni che cercano un varco in mezzo alle gelide vette improvvise e lamentano, giustamente, disagi per freddo e mancanza di corrente elettrica. Gli stessi disagi che cinquant’anni fa erano abbastanza diffusi un po’ ovunque ma ci si faceva meno caso poiché non si era abituati alle comodità odierne. Proprio queste comodità però ci permettono di conoscere, con ampio anticipo, i disastri che potrebbero verificarsi e quindi evitarli o, per lo meno, limitarli. Ma, anche qui, sembra più semplice lasciare i contribuenti nella melma per avere sempre motivi di litigio mediatico così l’audience non scende anche se l’attenzione sul naufragio di una nave sta diminuendo.

Da qui il mio pensiero prende a correre e compie un giro molto più ampio, si allontana dal nostro paese per raggiungere mete dove la gente è perennemente costretta a vivere in situazioni precarie sia per il freddo sia per il caldo eccessivo. Laggiù il gelo o la siccità sono condizioni di vita normali quindi, per quei popoli, morire di freddo di fame o di sete è cosa di tutti i giorni.

Noi cittadini di nazioni civili e industrializzate ci schiantiamo tranquillamente contro un palo della luce perché non sappiamo governare l’auto di lusso che abbiamo sotto il sedere, ma se manca una pala per togliere la neve che chiude l’ingresso di casa gridiamo stizziti il nostro disappunto. Spariamo a zero su chiunque possa prendersi un pezzo di colpa per i “servizi” pagati profumatamente che vengono a mancare quando più sono necessari. Così come i responsabili di quei servizi giocano a scaricabarile perché sanno come e dove prenderci i soldi, ma dimenticano di provvedere a fornire ciò per cui abbiamo pagato. Dunque mi domando, se in Val d’Aosta o in Trentino la neve scende copiosa ogni anno e non succedono disastri, non conviene chiedere “come si fa a chi ne sa”, onde evitare di arrivare sempre all’estrema unzione della nostra pazienza?

Tutto questo produce un perenne rincorrersi tra chi dà le fregature e chi le subisce, utenti, cittadini, governanti e responsabili mettono in scena l’eterna commedia dello scontento generale nel quale i furbi sguazzano per riempirsi le tasche mentre gli altri sono impegnati ad azzannarsi.

In questa parte di mondo siamo spesso indaffarati a menarci reciprocamente sprecando energia che altrove sarebbe manna e darebbe la vita a regioni sconfinate.

Dal mio osservatorio mentale registro tutto questo, rifletto ed elaboro i miei soliti pensieri che vanno sempre nella stessa direzione: se questi disagi (che ci sfuggono di mano a causa del nostro dolce dormire sugli allori) per noi sono tragedie, come si chiamavano i disagi di quelle centomila gavette di ghiaccio?

n.d.a: Il libro citato è “Centomila gavette di Ghiaccio” di Giulio Bedeschi, vincitore del Premio Bancarella 1964. 1a edizione originale 1963 Mursia Editore.

16 risposte a "Centomila gavette di ghiaccio"

  1. Il fratello più giovane di mio nonno è rimasto lì in Russia, disperso, non se n’è
    saputo più nulla, anche se mia madre e le sue sorelle hanno cercato per anni di saperne qualcosa.
    Per quanto riguarda i disagi attuali, te l’immagini ce cosa succederebbe se per un malaugurato caso scomparisse l’energia elettrica? Quante persone saprebbero che cosa fare per sopravvivere? Ricordo la mia infanzia nella fattoria di mio nonno e lì la luce elettrica arrivò dopo il 1960. Ho ancora la lampada a petrolio che illuminava le nostre serate.
    Ciao Nadia. Un bell’articolo il tuo. Grazie.

    Piace a 1 persona

  2. Il fratello più giovane di mio nonno è rimasto lì in Russia, disperso, non se n’è saputo più nulla, anche se mia madre e le sue sorelle hanno cercato per anni di saperne qualcosa.
    Per quanto riguarda i disagi attuali, te l’immagini ce cosa succederebbe se per un malaugurato caso scomparisse l’energia elettrica? Quante persone saprebbero che cosa fare per sopravvivere? Ricordo la mia infanzia nella fattoria di mio nonno e lì la luce elettrica arrivò dopo il 1960. Ho ancora la lampada a petrolio che illuminava le nostre serate.
    Ciao Nadia. Un bell’articolo il tuo. Grazie.

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