Opinione · qualche pezzo di me

Una parola difficile

Spesso e facilmente mi sento dire: “siamo tutti soli”, ma non è vero.

Ci sono diversi tipi di solitudine e non servono classifiche, basta guardarsi intorno.

Dopo il divorzio ho iniziato a vivere da sola per la prima volta e mi stava bene, come mi sta bene adesso.
Avevo un vicino di pianerottolo, anche lui solo e senza parenti, un uomo riservato e gentile che badava alla mia Mel quando mi assentavo per più di un giorno. Dopo qualche tempo si ammalò di cancro e non mi disse nulla.
Era solo a fare analisi, solo in ospedale prima e dopo l’operazione, solo durante le varie terapie.
Mi accorsi della sua malattia l’unica volta che vennero gli “amici” a fargli visita perché era ormai prossimo alla morte. Sempre in casa da solo e, benché gli avessi offerto aiuto, non mi chiese mai niente.
Però sentivo la sua sofferenza sfondare i muri, coglievo ogni suo sospiro sbranato dal dolore, respiravo la sua solitudine senza speranza.
In quell’occasione capii quanto può ingigantirsi il dolore quando la tua anima è l’unica a girare per casa.

Esistono intere popolazioni che, pur essendo formate da migliaia di individui, si possono definire sole perché abbandonate al loro ineluttabile destino, ma questa è altra storia.

Ognuno di noi può essere solo quando cammina per strada e si abbandona ai propri pensieri, è solo quando dorme, quando sogna e, se non ha animali, quando va in bagno. E’ la solitudine normale, quella che quasi non si avverte.

Ogni cuore, ogni cervello umano funziona in modo differente quindi accoglie la solitudine, e le eventuali sofferenze che comporta, in maniera diversa.

C’è chi ci si crogiola e, talvolta, se ne vanta. Addirittura la cerca e ne fa un vessillo da esporre pubblicamente, poi ne resta intrappolato e si abbruttisce miseramente.

Tante persone non la vorrebbero ma la vita gliela mette addosso come un fardello che si fa più pesante col passare degli anni; mentre la solitudine ingrassa il portatore deperisce, talvolta fatalmente.

Non è neppure fondamentale essere senza una famiglia per poterci definire “soli”, spesso si resta pressoché emarginati in seno ai propri cari o all’interno di una piccola comunità che dovrebbe sostenere ogni componente.

Io preferisco la solitudine autentica piuttosto che sentirmi sola quando sto con qualcuno, questa è una delle cause di mie varie fratture sentimentali.

Tuttavia esiste un senso di solitudine innato, che io definisco “solitudine cosmica”, dovuto a quella percezione di non appartenenza al genere umano che si cronicizza in persone emotivamente sensibili già dalla nascita, soprattutto se non esiste una figura genitoriale forte.
Una specie di “senza famiglia” dentro una famiglia debole. Inizia con i primi passi nella società, quindi dall’asilo, dove gli altri bambini dicono “mio papà” e tu sai di averlo, ma non puoi contare su di lui.
E poi c’è mamma che deve sostenere tutti perciò non puoi esserle di ulteriore peso. Maledetta sensibilità!

Anche la bellezza e l’intelligenza possono, qualche volta, essere fonte di solitudine soprattutto se c’è chi, in modo malvagio e arrogante, sminuisce il tuo valore.
Gli invidiosi, per esempio.

C’è la solitudine dei pensionati, dei carcerati, degli adolescenti difficili, dei ricoverati in ospedale, dei vecchi appesi all’attaccapanni di casa o della “casa famiglia”, quella degli invisibili perché non portano guadagno.

Poi c’è chi resta solo perché ha perso tutti per strada, mamma, papà, mogli, mariti, fidanzati e figli, per cause naturali o per destino.
Quindi deve imparare ad arrangiarsi sia in salute, sia in malattia.
Deve imparare ad affrontare e risolvere problemi pratici e burocratici; deve imparare a fare vacanze, divertimenti, svaghi, feste comandate o frivole sempre solitarie, e raccontarsi da sé il gusto che si prova.
E magari sentir dire, a giusta ragione, da chi ha famiglie pesanti: “beato te che puoi”, beato che non hai nessuno intorno e puoi fare ciò che vuoi, beato te che non hai nessuno intorno quando hai da fare, beato te che non hai nessuno intorno quando stai bene, ma anche quando stai male perché intanto siamo tutti soli.

Però io credo che quest’ultima affermazione non sia sempre applicabile. Il nostro fisico è obbligato a sopportare il dolore da solo, ma credo reagisca meglio quando qualcuno ti asciuga la fronte se tu non sei in grado di farlo.

La solitudine riproduce i pensieri negativi in un loop nocivo che abbatte la forza di reagire, quando il medico prescrive le analisi, quando vai al laboratorio per gli accertamenti, quando vai a ritirare gli esiti e non hai coraggio di aprire la busta.
Quando vai a casa e non sai dove sbattere la testa.

Credimi, amico/a, serve del fegato per fare tutto da soli, vivere e sopravvivere.

Io credo che la solitudine diventi uguale per tutti solo quando moriamo.

27 pensieri riguardo “Una parola difficile

  1. Hai lasciato qui riflessioni profonde sulla morte e sulla solitudine; son ‘paesaggi’ dell’ anima cui spesso sfuggiamo. Concordo sul tuo pensiero relativamente alla solitudine..

    Io qui son sola e offro a mio marito gli spazi per respirare.

    Mi piace stare da sola, non essere obbligata per buona creanza a rispondere o interloquire.

    Ci son passaggio che sottoscrivo tout court.

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  2. Applausi a scena aperta. “Anche la bellezza e l’intelligenza possono, qualche volta, essere fonte di solitudine soprattutto se c’è chi, in modo malvagio e arrogante, sminuisce il tuo valore.
    Gli invidiosi, per esempio.” Togliendo di mezzo nel mio caso la bellezza, ho subito molto l’invidia e per evitare di star male, spesso ho dovuto proteggermi stando solo. E questo fa male. Grazie per questo post!

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  3. Articolo bello e sincero come te . Quando scrivi con questo trasporto tu esalti il tuo modo di scrivere e ti trasformi. Perché scrivi bene e su tutto nelle tue espressioni, nei tuoi concetti niente è sbagliato, niente è artefatto e nulla non suona comune, vissuto. È un misto rassegnazione, realtà coraggio e tanta tanta esperienza. Vedi Nadia chi comunica come te non sarà mai banale, non sarà mai oggetto di contestazione semmai di commento. La tua grandezza sta, mio parere nel farlo con la semplicità di come faresti una passeggiata. Scrivi Nadia, non smettere mai e ricorda che nelle parole si cela la grandezza della persona. Top

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  4. Concordo con Cesare Pavese quando dice : ” Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri ”
    Ed anche la ” solitudine cosmica ” non credo sia innata…tendo a pensare sia una sorta di ” modalità di protezione ” acquisita in tenerissima età, quando tutto il mondo è riferibile ad una o due persone che probabilmente non riescono a comunicare con te nella maniera di cui tu hai bisogno…ma tanto poi non lo ricorderai ..ti rimarrà la tua particolare sensibilità

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