Lifestyle

LINGUA NEL GELATO

Ormai è risaputo che ho una passione sfrenata per il gelato.

Il modo migliore per gustarlo è metterlo nel cono e leccarlo voluttuosamente, spalmando i gusti con la lingua sul palato per farli scendere lentamente verso la gola.

Un amico, vedendo che compro sempre il gelato nella coppetta, mi ha chiesto perché una grande golosa come me non lo assapora nel contenitore più adeguato per eccellenza, il cono appunto.

Figurati, vuoi che non sappia come si gode il gelato?

Il fatto è che se prendo il cono dopo ventisette secondi sto già succhiando le dita, perché la mia lingua si trasforma in una spirale che fa sparire la prelibatezza in un batter d’occhi e il piacere si esaurisce troppo in fretta. Con la coppetta invece uso la palettina che, non essendo un badile, limita la portata, quindi mi costringo a farlo durare qualche istante in più.

Sì vabbé a volte succede che ne prendo due di seguito di coppette, ma non stiamo a sottilizzare su queste finezze, daiii.

Poi c’è la mia amica Carla che, quando mi becca in flagrante slinguamento, non riesce ad evitare di paparazzarmi e spandere la mia foto segnaletica su tutto il www, senza però mettere una taglia sulla mia testa perché costerebbe troppo mantenermi a gelati.

Sta di fatto che tra bocca e lingua sono sempre con la mandibola in movimento e siccome è spudoratamente evidente che mi piace mangiare soprattutto i dolci, a volte pare che io stia quasi facendo sesso osservando il mio sguardo estasiato e perduto nel godimento supremo dell’ingoio.

Ma…,questa considerazione non è del tutto metaforica poiché, effettivamente, i peccati di gola sono quelli che commetto più di frequente e con somma gioia, senza preoccuparmi delle conseguenze enunciate dai religiosi osservanti.

Siccome gola e lussuria vanno a braccetto, l’accostamento viene quasi spontaneo. Perciò, essendo discretamente affezionata pure a quest’altro peccato capitale, non mi sorprendo né mi cruccio se qualcuno azzarda battute sulla maestria con la quale (eventualmente) so usare la cavità orale per “lussuriare” allegramente, e senza alcun timore, di avere già il posticino riservatomi “laggiù” da Lucifero in persona.

Giacché, come ammesso più volte, ho collezionato tutti i peccati capitali tranne l’avarizia, posso permettermi di esagerare nei miei preferiti, associandomi alla saggia e beata espressione di “quel tal non so più chi”: Già che siamo nelle spese…

E allora, dico io, inferno per inferno tanto vale andarci meritatamente*.  

E adesso, ci facciamo un gelatinoooo?    

 

Maracas nella gola
Non mi posso lamentare nemmeno delle zanne!

 

*Che poi (teoricamente) dovrebbero esserci inferni diversificati perché tra peccare di lussuria e peccare di bunga bunga c’è una bella differenza. O no?

**Sì vabbé abbiamo capito anche là ci sarà il classismo, il clientelismo, il nepotismo ecc.

E io mi ritroverò a dire ancora: “E’ un inferno trooooopppoooo dificileeee”

 

 

 

10 thoughts on “LINGUA NEL GELATO

  1. Poesiola.

    Concordo.

    Il cono abbordo
    come un ingordo,
    con gesto balordo
    la maglia mi lordo.
    Tracima a babordo
    ‘sto dolce bagordo,
    e allora lo mordo,
    allo stile son sordo.
    Io dal cono debordo,
    ma sarete d’accordo,
    che del cono ricordo
    altre forme di bordo.

    🙂

    Parafrasi.

    Sono d’accordo con te sui vantaggi della coppetta.
    Eoni fa, i coni erano di tre tipi, e per dirla tutta, anche il gelato era diverso.

    In primo luogo ce n’era di meno.
    Una pallina era la versione Standard (e già questa abbastanza episodica). Due palline era la versione DeLuxe (solo per le feste comandate) e veniva servita su un cono modello Special.
    Mentre il cono Base era un esile e anemico supporto, con un allargamento semisferico per supportare la preziosa pallina di extasy, il modello Special era composto da croccante biscotto, scuro che pareva africano. La sua capacità sembrava infinita, e le palline si sistemavano al suo interno come su un accogliente divano. Era largo, ci volevano due mani per reggerlo, e anzi, il biscotto era fornito di un reticolo di nervature a rilievo affinchè non accadesse l’irreparabile: la perdita della presa con susseguente sfracellamento del gelato sul marciapiede.
    Anche il suono era diverso: cri, cri quando si mordicchiava l’ormai molliccio cono modello Base, krok krok quando, rischiando gli incisivi, si riusciva a spezzare una scheggia del cono Special, mai zuppo, pareva biscotto mescolato con la bachelite, e faceva un suono che si poteva udire a venti isolati di distanza.
    Poi apparvero anche i coni trilobati, per quei drogati ormai preda dell’assuefazione che avevano “bisogno” di 3 (tre!) palline di gelato per scrollarsi la scimmia dalle spalle.

    Il gelato poi, neanche a luglio con trenta gradi all’ombra, manifestava la minima intenzione di sciogliersi. Leccavi, leccavi, la mascella era tutta indolenzita e la lingua, a furia di star fuori, si era abbronzata, ma il gelato era sempre uguale, sempre bello sferico come appena servito dal gelataio. E’ perché c’erano il latte (latte vero, non in polvere bianca di origine ignota), la panna (panna grassa non la schiuma da bagno odierna) e le uova (di gallina, non di qualche alieno piumato che non sa di essere vivo, o polvere di uova, sempre che si tratti di uova…).

    Ora ti servono una cosa che al suo confronto la mousse sembra granito. Guardi ‘sta montagna di roba che comincia ad afflosciarsi e a sgocciolare prima ancora che il gelataio ti abbia dato il resto.
    Di leccarla non se ne parla. Non è un gelato, è un pugile: si schiva, arretra, si abbassa, è un incassatore infaticabile, sempre pronto a colpire di rimessa con una perfida goccia colorata (indelebile) sulla maglietta bianca.
    Il cono, poverino, è come un arbitro, fa quello che può per contenerne le mosse sleali, ma è chiaramente inadeguato, sparisce, affonda, annega, viene assorbito nel blob multicolore, tanto che alla fine pare di tenerlo in mano il gelato, in precario equilibrio per giunta.
    E allora ti tocca buttare al macero la dignità e addentarlo, suscitando le vibranti proteste di tutti gli esponenti dell’arco dentale costituzionale, e facendo la figura del buzzurro-morto-di-fame-che-non-ha-mai-visto-un-gelato-in-vita-sua.

    Vada allora per la coppetta, vabbè, però non è la stessa cosa. Sa di vecchio, e siccome lo sono, mi dà un po’ fastidio.

    🙂

    Mi piace

    1. Ma dai, per me il gelato è un cibo che non ha stagione, io lo magio quasi tutti i giorni. E credo che ormai sia così per tante persone, magari non in modo così frequente come faccio io che lo ritengo indispensabile.

      Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...