Freak · Opinione

SUICIDIO PROFONDO

 

C’è chi canta “Meraviglioso” descrivendo tutto il bello che abbiamo a disposizione per il quale vale sicuramente la pena vivere. La ragione ci sta tutta ed è il lato splendente dell’esistenza.

Personalmente sono da sempre un’entusiasta estimatrice del creato che ammiro anche nelle sue espressioni meno visibili e credo di averlo manifestato più volte nei miei scritti.

Proprio perché amo immensamente il “meraviglioso”, non ignoro come tutto questo bello sia soggetto a mutazioni negative quasi sempre ad opera dell’umanità che, troppo velocemente, si sta togliendo letteralmente la terra sotto i piedi.

Questa constatazione sommata ad altre motivazioni profonde e personali fanno di me un’estimatrice del suicidio che ritengo l’estrema via di fuga, salvezza o libertà (dipende dai punti di vista) che ognuno di noi ha nelle proprie disponibilità, ben sapendo che per tanti è invece segno di viltà, follia o sacrilegio.

Per questo motivo il gran parlare che se ne fa in queste ultime settimane a proposito delle dipartite volontarie di industriali (?), ex benestanti (?), comunque persone che “hanno perso tutto” mi lascia parecchie perplessità.

Intanto perché non credo che una tassazione feroce abbia ridotto sul lastrico gente che fino a poco tempo prima viveva agiatamente, tranne forse qualche rara eccezione. Semmai il declino finanziario sarà iniziato qualche anno addietro, ma in pochi mesi di certo non è possibile che un patrimonio solido vada a farsi fottere solo perché il governo ha deciso di tassare come lo sceriffo di Nottingham. Immagino siano di più i lavoratori dipendenti, i poveri cristi a subire salassi che in un batter d’occhio li ridurranno al lumicino ma solo perché già avevano poco più di niente e adesso si trovano con meno di niente. E il fatto che non siano i ceti più poveri a porre fine alle proprie sofferenze ammazzandosi, ma i benestanti, fa pensare che chi è abituato a farsi il mazzo per vivere è anche disposto a lottare per continuare a sopravvivere senza mai tirarsi indietro di fronte alle difficoltà più dure. Mentre, chi ha il panfilo probabilmente ritiene insopportabile dover scendere nel motoscafo perché si vergogna di essere declassato a ricco di serie C e quindi si suicida, (battuta infelice ma tristemente indotta dalle cronache).

Sono stufa e inorridita di quanto viene quotidianamente sbattuto in faccia a gente comune spacciando per risvolto deleterio della crisi, come se ci fossero suicidi di massa ogni giorno, senza prendere in considerazione statistiche e studi sui suicidi in genere di ogni epoca.

Dal mio ormai noto osservatorio ho avuto a che fare con questo danno umano molto da vicino.

Il papà di Giulietta ha tentato il suicidio nel 1995 buttandosi dal quinto piano dell’ospedale di Voghera dove era ricoverato per un braccio rotto. Quella volta gli è andata “male” perché è caduto su un’auto parcheggiata sotto e s’è salvato, così ha dovuto pure subire una causa per il risarcimento dei danni causati all’auto sulla quale è planato. Questo non l’ha distolto dai suoi propositi e l’anno successivo s’è impiccato nel giardino di casa, questa volta riuscendoci senza far danni a beni altrui.

Il padre di Armando aveva una vita apparentemente serena, contadino senza problemi economici, una famiglia tranquilla ma, quattro anni fa, è andato dietro casa e s’è dato fuoco E’ morto senza che nessuno sia riuscito a comprendere il motivo di quel gesto. Mai aveva dato segni di squilibrio psichico o interiore, mai aveva lamentato malesseri o malattie, morto in un atroce e misterioso silenzio.

Due anni fa una conoscente del mio paese, signora di mezza età, apparentemente allegra e gioviale, senza la necessità di lavorare perché figlia unica di genitori benestanti e ancora attivi, una domenica mattina s’è impiccata con la corda delle tende mentre gli amici l’aspettavano al bar per il consueto aperitivo.

L’anno precedente Gigi, trentottenne sano, con un onesto e sicuro posto di lavoro, felicemente fidanzato da anni, ha scelto di appendersi per il collo dentro il romantico gazebo del parco dove gli sposi usano farsi fotografare perché sullo sfondo c’è la stupenda vista di un castello.

E’ una piccola cronaca, pure incompleta, di ciò che posso testimoniare personalmente.

Abito in una zona particolarmente disgraziata dove la gente s’ammazza per noia? Non credo proprio. Credo piuttosto che la gente si ammazzi molto più di quanto si possa pensare, ma nessuno se ne occupa a meno che non succeda come qualche anno addietro quando, in un paio di mesi cinque militari di leva s’erano sparati perché non sopportavano la vita di caserma e il nonnismo. Spesso in questi casi non è esente lo spirito di emulazione che viene stimolato dal gran battage pubblicitario che si fa alla notizia.

Proprio come il gran parlare che si fa dei suicidi di classe sociale che avvengono in queste ultime settimane: colpa di cartelle delle tasse Killer, manco fossero distribuite infarcite di antrace.

Chiedo scusa alle famiglie che hanno perso qualcuno veramente a causa della “crisi”, ma vorrei porre l’accento sull’amplificazione eccessiva che viene data alla presunta ragione di questi suicidi. L’Italia è in gravissime difficoltà economiche e sociali. L’Italia è un bellissimo paese con grandi possibilità e tante risorse sprecate in modo sconsiderato, che sta affogando in un oceano di rapine e furti legali, dove chi governa da sempre si concede benefici che insieme al contenimento delle spese inutili o inventate basterebbero a risanare le sorti del paese. Lo sappiamo tutti, ma non riusciamo a contenere questo cancro devastante. Questo è certamente motivo di afflizione, sconforto e vita amara, qualcuno particolarmente colpito potrebbe avvilirsi al punto di preferire la morte, ma difficilmente sarà soltanto questa la causa di tanto scoramento.

Il Signor Mario Monti parla delle conseguenze umane della crisi, riferendosi ai suicidi, poi si corregge e dice di essere stato frainteso. Forse farebbe meglio a considerare sì le conseguenze umane della crisi, ma quelle che si sono abbattute su gran parte dei cittadini italiani indipendentemente dalle tassazioni o dal ceto sociale, quella che sta riducendo tutto il popolo a domandarsi “dove andiamo a finire?”

Ma non intendo trattare l’argomento crisi, poiché già ne sentiamo troppe ed io non ho alcuna preparazione in merito.

Voglio invece far notare che non esiste nessuna emergenza suicidi perché la gente s’ammazza tutto l’anno, e da sempre, per i motivi più disparati, a qualunque età, e di qualunque ceto sociale.

Qualche esempio?

Claudio 17 anni bocciato a scuola

Antonella 43 anni abbandonata dal convivente

Luigi 78 anni non poteva pagare la retta al pensionato

Giacomo 69 anni solitudine

Ginevra 23 anni serata di svago finita male

Romy Schneider 44 anni attrice

Antonello 26 anni tossicodipendente

Domenico 37 anni operaio

Marta 53 anni vedova

Yelena 19 anni aspirante indossatrice delusa

Mario Monicelli 94 anni regista malato di cancro terminale

……….      

Lasciando perdere i suicidi di massa operati dalle sette di varia natura, e chi si immola per una “giusta causa” politica/religiosa/morale, chi si toglie la vita volontariamente, e non perché manipolato da altri, soffre di un male interiore invisibile profondo e devastante causato da motivi che a qualcuno possono apparire futili o comunque non così deleteri. Questo male interiore io lo conosco molto bene poiché né soffro da quando sono nata, non si sa da dove arriva, rende la vita assai difficile e mai serena, e quando diventa insopportabile qualcuno decide che è meglio non vivere più.  

 

 

12 thoughts on “SUICIDIO PROFONDO

  1. a me sembra che ci sia una visione distorta del “meraviglioso” che ci è stata imposta nel corso di questi ultimi decenni. Basti pensare alla meravigliosità di un suv per chi deve girare mentropoli come Genova o Milano… Ma anche altre distorsioni come la percezione di straordinarietà o eccezionalità che si traducono in materialismo e edonismo alquanto idioti, Siglati nel tempo ora dalla faccia marrone e gli occhiali da sole, ora dalla sciarpina annodata al collo che può dare solo che fastidio, il prossimo anno chissà da quale altra cazzata.
    Quando criticavo aspramente le scelte idiote dei piani superiori, o di quelli alti, un collega soleva riportarmi alla realtà con questa frase: a Grizzly, so’ ragazzi

    🙂

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  2. Santo Iddio, le tue parole tagliano a fette la lingua di chiuque possa credere criticarti, come sempre non fai una grinza da qualunque parte ti si guardi.

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  3. purtroppo arrivare all’ultima scelta è una cosa che per chi resta è difficile da capire nonostante che siano cause profonde tali da perdere la testa,ancora una volta io avrei un riguardo speciale per chi resta,io penso che sono queste le vere vittime, che dovranno riuscire a cavarsela lo stesso e con un peso ancora più grande nell’anima …potevo fare qualcosa per non permettere la fine di una vita ????

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  4. Il suicidio è una scelta di campo.
    Di camposanto.
    Ci sono innumerevoli motivi per voler abbandonare questa valle di lacrime. Schifo, depressione, paura, rimorso, vergogna, pietà, noia, ansia, rabbia, distacco, dolore, lucidità, stanchezza, curiosità, indecisione, sacrificio, stupidità, e altri ancora, sono gli stati dell’animo che soffiano sul fuoco dell’autodistruzione.
    Si può farlo velocemente o lentamente, dipende dallo stile di ognuno.
    Una corda, una finestra, un fucile, un treno, e ci si leva il pensiero.
    Migliaia di sigarette, ettolitri di alcolici, tonnellate di zuccheri, chilometri di coca, metri cubi di grasso, venticinque ore al giorno di lavoro, e ci si pensa continuamente, per anni, certi però dello stesso risultato.
    C’è poi il suicidio assistito, nel quale amici, parenti e conoscenti “assistono”, ciechi e sordi, o solamente impotenti, se non addirittura controproducenti o complici, all’approssimarsi del momento fatale. Vedono i passi dell’aspirante suicida, ne intuiscono la direzione, ma evitano di guardare in faccia il traguardo finale.
    Anche il suicidio dissociato non è male. Mentre il corpo continua a vegetare, la mente si spegne, rotelle oziose che girano su un trantran da automi di carne. Ogni minimo segnale di vita viene a cessare, spento a colpi di immagini catodiche e discorsi sul tempo.
    Anche l’attesa della fine (naturale o accidentale) è un suicidio niente male. Si rimane coscienti, stoicamente, fino alla fine, accettando con calma olimpica ogni frustata che l’esistenza ci riserva, piagati ma non piegati, con la granitica certezza che ogni istante che scorre è un punto di non ritorno verso la dis-soluzione.
    Che poi il tutto si riduce a un problema di incertezza.
    Il candidato suicida è permanentemente indeciso tra andare o restare. E’ una sensazione comune a molti, anzi, tranne gli stolti e i pazzi, sono convinto che questa ubbia passi, ogni tanto, nella testa di tutti.
    Nell’aspirante suicida però questa è una costante, un pendolo sempre carico che, tic- resto, tac-vado, gli tormenta la vita. A volte la scelta di suicidarsi non trova motivi evidenti o percepibili, ma è dettata unicamente dall’impossibilità di sopportare oltre quello stato di perenne incertezza. Sono i casi più repentini e inspiegabili, eventi che trovano i loro protagonisti in persone giovani o apparentemente felici, che comunque mai avevano lanciato segnali allarmanti o richieste di aiuto.
    Presumo che, nella maggior parte dei casi, il pensiero del suicidio abbia piantato le sue radici con calma, giorno dopo giorno, dolore dopo dolore, e a cercare di svellerlo con la forza si fa solamente del danno al terreno, ovvero alla mente che lo ha alimentato.
    Una sana potatura primaverile invece può contribuire a tenerlo sotto controllo, a dargli una forma accettabile, sopportabile, per trasformarlo da spauracchio a parte di noi.
    Inutile illudersi: il nostro desiderio di autodistruzione (singolare e globale) è irresistibile. L’amore stesso, fisico e psichico, non è altro una morte mascherata da godimento, un annullamento nell’altro/a, una voglia di finirla con la vita e accedere, solo per qualche istante purtroppo, a un livello diverso dell’esistenza.
    Se sapremo accettare il pensiero del suicidio come nostro, genuino, e umanissimo, esso diventerà una sempiterna quercia sotto le cui fronde troveremo le oscure e fredde ombre che, anche nei momenti migliori, ci ricorderanno che siamo effimeri, impedendoci di insuperbirci oltremodo.
    E quando, nei pertugi tra le coriacee foglie, farà capolino un esile raggio di luce, sapremo distinguerlo meglio, apprezzarlo, goderne i rilessi, perché, al contrario, rimanendo perennemente esposti nella piena luce della felicità, ne saremmo accecati, con le cateratte opache e bruciate, incapaci di distinguere e di discernere.
    In ultimo, questo “nostro” frondoso albero potrebbe essere una visione rassicurante, in grado di spezzare l’orizzonte piatto o procelloso con l’aspetto di un amico, l’ultimo rimasto, sempre pronto a darci una mano, senza chiedere perché o per come.
    Cercando bene, spaziando con lo sguardo, ognuno di noi può vedere, magari con sorpresa, dov’è cresciuta quella pianta, e quanto essa è grande. Di molte cose è stata nutrita, da noi, da altri, dalle faccende della vita, e tutti questi motivi ci sono già abbastanza noti. Quello che non sappiamo è quale potrebbe essere la goccia che farà traboccare il vaso, l’evento o il ragionamento in grado di indurci a quella irrevocabile decisione. Appena mi sarò suicidato ve lo farò sapere.

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