LETTURE · LIBRI

Incipit

2005 A.D.

Talvolta capita che il destino manifesti uno stravagante senso dell’umorismo, che imbastisca coincidenze e combinazioni all’apparenza estemporanee, quando invece, a conti fatti, niente è lasciato al caso.

Carla era appassionata di cinema e, sul tavolino del salotto accanto a uno schermo ad alta definizione, l’attendeva un DVD appena acquistato al centro commerciale dove lavorava. Era uno dei suoi titoli preferiti, “Un tranquillo weekend di paura” e lei, musicista dilettante, amava lo splendido duetto di chitarra e banjo.

L’indomani sarebbe iniziato il fine settimana e in quel tardo pomeriggio primaverile Carla prevedeva, quasi con rassegnazione, un altro di quei tranquilli weekend che può offrire l’Oltrepò Pavese, cercando con la fantasia qualche idea originale da proporre al suo ristretto giro di amicizie. Ancora non sapeva quanto stava per cambiare la sua vita e in quali strane forme si possa manifestare la paura, perché se ne avesse avvertito anche il minimo sentore le sarebbe stato molto difficile concentrarsi sulla preparazione del suo tè.

– Cinque minuti, possono bastare.

Da una graziosa tazza di fine porcellana si spandeva per tutta la cucina un leggero aroma floreale. La stanza era abbastanza silenziosa, rivolta verso l’ampia corte interna di un gruppo di piccoli condomini situati un po’ fuori dal centro di quella cittadina di provincia, e vi giungevano, appena percettibili, le note di una musica, roba antica e non divertente, che qualcuno al piano di sopra stava ascoltando.

A Carla piaceva il tè aromatizzato al gelsomino, le ricordava sempre una pergola odorosa di piccoli fiori bianchi tanto fitti da sembrare una spruzzata di neve. Sollevò la bustina, le avvolse lo spago attorno per spremerne anche l’ultima stilla, quindi prese la tazza e l’avvicinò al naso per trarne l’amabile fragranza.

Il capogiro fu potente e inaspettato, in un attimo comprese che stava per svenire, ma, invece di cercare di sorreggersi, seguendo un impulso irrazionale tentò di appoggiare la tazza sul tavolo della cucina. Doveva averlo mancato perché udì risuonare nelle orecchie un rumore di ceramica infranta. Annaspò con le mani in cerca di appoggio per mantenere il contatto con una realtà improvvisamente sfuggente. Mancò anche quello, si sentì sprofondare in una nebbia anestetica, e l’ultimo pensiero fu: – Oddio, sto morendo, ma sono ancora giovane, trent’anni appena…

Quella sensazione spaventosa svanì di colpo, così come era arrivata, e lei ritrovò il controllo dei sensi. Si mise la mano sul seno e trasse un lungo respiro.

– Calma, calma Carla, è passata, ora è tutto a posto.

Da qualche tempo si sentiva fuori forma, si stancava subito, non dormiva bene, ogni tanto le capitavano fugaci palpitazioni, le caviglie si erano gonfiate e dolevano un po’. Gli amici l’avevano tranquillizzata: il cambio di stagione, il caldo improvviso, lo stress, le solite menate insomma. Lei ci aveva creduto più volentieri di quanto il suo animo tendenzialmente ipocondriaco temeva, ed ecco il bel risultato.

Passata la vertigine e ripreso il controllo di sé, le sovvennero, come capita appena svegliati e ci si ricorda di un sogno destinato a svanire alla luce del giorno, i pensieri che le avevano attraversato la mente durante quei pochi, ma lunghissimi, secondi di smarrimento, cioè il rammarico per non essere andata dal medico, per non aver preso sul serio quei sintomi e per aver lasciato in sospeso tante questioni della sua vita.

– Mi scusi signorina, potrebbe spostarsi? Sa, mi sta pestando un piede.

Carla fece un passetto di lato.

– Certamente, mi scusi lei, è che ho…

S’interruppe di colpo; ma con chi stava parlando e a chi stava addosso se era sola in casa? Si voltò per vedere chi era l’intruso che le aveva rivolto la parola, ma ciò che vide la lasciò di stucco. Prima cosa, non c’era un intruso, ce n’era una folla. Seconda cosa, non era a casa sua.

Le domande salirono alle labbra di Carla alla stessa velocità con la quale si erano formulate nella sua mente.

– Dove sono, e voi chi siete?

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