Opinione

CASA come TANA

Questa volta è toccato all’Emilia subire le devastazioni di un terremoto che sembra non voler finire più. Come sempre succede, purtroppo, qualcuno ha perso la vita e tantissimi hanno perso tutto ciò che avevano, soprattutto casa e lavoro.

Milioni di parole sono state sparse ovunque per descrivere gli aspetti distruttivi di cose e persone, spesso anche in modo poco rispettoso nei confronti delle vittime assediate dai soliti giornalisti che, per dovere di “cronaca spettacolo”, infilano in bocca a chiunque i loro microfoni per estirpare commenti, piagnistei o peggio ancora l’orrore trasparente di chi ha subito il danno.

Per mia fortuna non conosco certe forme di paura causate da eventi catastrofici, però immagino che cosa possa provare chi perde la casa. Immedesimandomi in una situazione del genere avverto la desolazione avvilente del sentirsi “in mezzo a una strada” senza un posto dove riposare, difendersi, piangere in santa pace. Un piccolo riparo tutto nostro che protegge noi e la famiglia, le cose, la vita, il nostro sconforto da lenire. Come gli animali costruiscono il proprio rifugio, anche noi umani abbiamo la necessità di questa “sicurezza”. Perché una casa, per piccola e modesta che sia è la zona quieta, l’oasi di ristoro che accoglie le nostre membra e i nostri cuori affaticati dalle difficoltà quotidiane, il posto dove è lecito spogliarsi di tutte le maschere e i trucchi che spesso dobbiamo usare per mostrarci in pubblico, il luogo dove celare i segreti materiali e interiori non vogliamo svelare.

Restare senza casa, per chi non lo decide come scelta di vita, penso sia tra i peggiori danni mentali e morali che si possano subite. All’improvviso ci troviamo in balìa di caldo, freddo, predatori e pericoli di ogni genere, anche quelli inesistenti perché è proprio la consapevolezza di non aver un riparo che assista le nostre solitudini, le nostre disperazioni, le nostre perdite di qualunque natura esse siano, a renderci ancora più sguarniti e deboli.

Penso ai giovani in procinto di affacciarsi sul futuro, un futuro che inizia da un mucchio di macerie; mentre gli anziani con la speranza di una serena vecchiaia costruita con grande fatica, ora devono raccattare ciò che rimane della loro vita e tenere tutto sotto una brandina dentro una tenda divisa con altri cento con lo spauracchio di doverci rimanere sino alla fine dei giorni.

Mai come ora il proverbio più consunto e diffuso al mondo: “casa mia, casa mia, per piccina che tu sia…” ha ben ragione di esistere. E sembra tanto saggio ed evocativo come casa dolce casa. Quella casa che tanti terremotati del passato insieme a quelli di oggi sognano e sogneranno per chissà quanto tempo.

Per queste persone, oltre alle consuete azioni di solidarietà che mettono a posto la coscienza, purtroppo non posso fare nulla. Auguro loro di trovare rifugio dentro i propri cuori, soltanto lì c’è speranza di attingere un po’ di forza per riprendere la vita.

   

 

Immagine gentilmente concessa dall’amico fotografo Andrea

11 thoughts on “CASA come TANA

  1. Non dovremmo mai attaccarci alle cose ,si ha un bel dire,ma dal dirlo e farlo….!!!!!
    Quando una casa ti viene distrutta viene a mancare la piccola sicurezza,forse l’unica che si ha acquisito dopo una vita lavorativa e piena di sacrifici,il tuo pensiero l’ho avuto anch’io specialmente dopo aver sentito la prima scossa e poi le altre quattro pure forti anche se noi abitiamo lontano e in un’altra regione ,non oso pensare quello che hanno vissuto chi ha avuto pure perdite umane e perduto la casa e il lavoro…eppur ho avuto paura e ne ho ancora ,se mi mancasse la casa non saprei più reagire ne sono sicura ,la mia casa è modesta e l’abbiamo restaurata in conforme alle necessità di mio marito disabile siamo stati costretti a modificare , ora la nostra casa è per noi la nostra piccola libertà e a sua volta la nostra prigione ,ma senza avremmo perso veramente il senso per continuare,ammiro chi potrà rifarsi,ma alla mia età preferirei restare sotto le macerie e non dover vedere la nostra vita finita ugualmente per una poi lunga agonia. 😦

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  2. La casa: una soluzione o un problema?
    A causa della nostra mentalità tardomedievale, la casa viene ancora sentita come una fortezza, una difesa contro le aggressioni esterne, una magione nella quale ci possiamo sentire i signori del castello.
    A causa delle nuove tendenze consumistiche, la casa funge anche da status symbol, un magazzino di proprietà da esporre, vantare, magnificare, tanto per avere qualcosa di più del vicino.
    A causa delle brame venali, la casa è diventata oggetto di speculazione, non ce ne basta più una, ma ce ne servono due, tre, dieci, cento, e se non ci sono bisogna costruirle.
    A causa di uno stitico mercato abitativo, gli affitti sono stellari, l’edilizia popolare (colpevolmente) langue, e quindi anche una bicocca viene sentita come ancora di salvezza.
    A causa di un immobilismo sociale e territoriale, si nasce e si muore nella stessa casa, perché spostarsi, per lavoro, per noia, per curiosità, è complicato e reso difficile da tutte le burocrazie amministrative.
    A causa di un inspiegabile processo emozionale, ci si innamora di quei quattro mattoni in croce, di uno scorcio rubato, di un angolo di Purgatorio, e ogni danno alla casa è una ferita sulla propria carne.
    A causa di un chiodo nel cervello, la casa può diventare un’ossessione, un santuario da mantenere puro e immacolato, un’occupazione a tempo pieno degna di Sisifo, per mantenere linda una crisalide.
    A causa di malintese tradizioni, talvolta la casa è prigione, sala di tortura, camera della morte, perché a casa sua ognuno si sente padrone di fare ciò che vuole.
    A causa di un accanimento fiscale e legislativo, la casa comincia a essere una fonte di continue preoccupazioni, una spada di Damocle che di certo non aiuta a godere serenamente della nostra casa.
    A causa di un accidente la casa potrebbe smettere di essere “nostra”, non solamente per un cataclisma sismico o atmosferico, bensì a causa di ben più pericolosa una cartella di Equitalia o per un irrevocabile esproprio da parte del potente di turno (pubblico o privato).
    Allora addio casa?
    No, allora benvenuta casa, ma non come tana, un oscuro rifugio nel quale nascondersi, bensì come nido, leggero riparo dove vivere la vita, e dal quale sia agevole spiccare il volo.
    Bye

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    1. Si sa cos’aveva in mente…
      E quell’americano di una grande società telefonica che ha scelto per l’avviso di chiamata (il nostro R2 di Telecom) il numero 69, cos’ha in mente?
      😆

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