EVAP-I-RATA (Evapirata) · Lifestyle

IL DESERTO NEL CERVELLO

Da qualche giorno ho il cervello deserto.

Non ho più uno straccio di idea per scrivere o raccontare qualcosa.

Riesco solo a rimasticare storie vissute e passate ormai marce che lasciano in bocca un gusto sgradevole.

Non so se preoccuparmi (e quindi andare in panico), oppure lasciarmi trasportare da questa onda anomala di vuoto per il mio cerebro sempre superaffollato.

E poi c’è la mancanza totale di voglia di fare. Qualunque cosa.

Sono invasa dal fancazzismo che si espande in ogni anfratto del mio esere umana.

Forse sono morta e non me ne sono accorta.

...

23 thoughts on “IL DESERTO NEL CERVELLO

  1. Si chiama ” lo blocco dello scrittore ” .É normale che provi questo stato d’animo sopra tutto in queste giornate piovose e grigie .A volte anche io mi sento come te e non riesco a realizzare foto , ma poi mi passa .Buona domenica ❤

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  2. A m fa questo effetto il freddo… spero di abituarmi il prima possibile anche perché devi finire i progetti per gli esami ^^°
    Dai che ti riprendi, sarà il cambio di stagione

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  3. Ciao Nadia, per chi scrive è una situazione spiacevole in effetti… pensa che esiste gente che vaga tutta la vita con il deserto nel cervello… 🙂 scherzi a parte, l’associazione con l’apatia dimostra che è una condizione transeunte…anche a me l’autunno fa di questi scherzi… passerà presto… 😉

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  4. Togli quel forse.
    Siamo tutti già morti, tranne forse quei pochi che ne hanno la piena consapevolezza.
    Fantasmi, ecco il nostro stato, esseri evanescenti e disturbatori che millantano poteri inesistenti e inesistibili.
    Ecco il rumore delle nostre catene, bisogni meccanici e urgenze fisiologiche che intralciano, impicciano, pesano, e formano l’assurdità del senso della vita. Spaventano, a volte. Spaventano nella loro occasionale assenza, nel silenzio che ci permetterebbe di udire, nella tregua inerziale in grado di farci arrivare d’un balzo più là di quanto siamo disposti a tollerare.
    Ascolta i gemiti di chi vuole udire l’eco della sua voce superflua, pleonasmi ricchi di ispirazione e grammatica, un esercito di sordi che si adopera per innalzare verso il cielo una torre di significati in tante lingue diverse quante sono le bocche che sputano mattoni.
    Solamente mirando con attenzione puoi notare una fuggevole ombra, ma davanti a quella il nulla, nemmeno un filo d’erba secca in grado di darne ragione e, ciò che più sconforta, nemmeno la sorgente del suo contrario al quale si opporrebbe, una sorgente di luce-felicità-promessa da farci rimpiangere.
    L’immagine proiettata su uno schermo ha più sostanza, essa è perlomeno energia, effimera fin che si vuole, ma percepibile dall’emozione, mentre in noi l’energia può solamente precipitare per generare i mostri dell’ID, il vuoto inappagabile che divora la gioia, le spinose squame della paura, gli infidi anfratti nel fondo dei quali scorre l’invidia, le altissime montagne di sterile sterco che solamente l’orgoglio sa defecare.
    Morti inviventi questo siamo, giacché nemmeno far finta di vivere sappiamo, presi a mezzo dall’inerzia del fare e dall’ansia di non riuscire a fare, marionette mosse dai fili appesi alle nuvole dei loro sogni, nuvole bianche che anelano a fondersi col cielo alla ricerca della serenità, nuvole nere destinate comunque a disgregarsi, ma non prima di essersi illuse di aver contato qualcosa solamente per il fatto di avere, per un attimo, oscurato il Sole.
    Perciò nulla conta allora, e niente avrebbe senso, nemmeno il chiedersi se vale la pena il cadere in questa illusione. Ne vale la pena? No, non direi, ed è esattamente questo l’unico e imprescindibile motivo per continuare a farlo, almeno fino a quando saremo sollevati da questo interrogativo.
    L’animale-bestia si comporta in maniera logica, nasce per crescere, cresce per riuscire a procacciarsi il cibo, si ciba per sopravvivere, sopravvive per generare, genera per continuare la specie, dopodiché muore per sopravvenuto adempimento dei suoi doveri. Per quante siano le forme e le specialità, paura e lotta, preda e predatore, fame e nutrimento, vita e morte, esse fanno parte di un inestricabile arazzo dove tutto si tiene e risponde a una sua logica in perpetuo divenire.
    L’animale-uomo può decidere di comportarsi in maniera irrazionale, e pur senza riuscire a evadere dalla sua prigione di carne ha la facoltà di negarne la logica: accettando l’inesplicabile rifiuta la necessità della comprensione e di fatto ne azzera il potere di ricatto.
    È vero (vero? Cosa significa “vero”?) siamo già morti, siamo fantasmi, spettri, ectoplasmi, apparizioni e incubi, ma accettando questa apocalisse allora potremo definirci liberi, liberi di giudicare con compassione il nostro passato (ammesso che sia esistito), liberi di guardare il presente scorrere sotto ai nostri piedi (ammesso che esista), liberi di farsi beffe di un futuro ridicolo nella sua casualità (ammesso possa esistere). Liberi di essere ciò che siamo.
    Sì, è vero, siamo tutti morti. E allora?

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