Lifestyle · Opinione · qualche pezzo di me

Dei bambini non si sa niente

Prendo in prestito il titolo di un libro scritto da Simona Vinci nel 1997 per proporre un argomento delicato e, sotto taluni aspetti, anche aspro: certi giochi dei bambini che coinvolgono la loro crudeltà innata e, marginalmente, le perversioni basandomi su esperienze dirette vissute nei primi dieci anni della mia vita.

Uso la parola “marginalmente” riguardo le devianze perché provare soddisfazione causando sofferenze ad altri credo sia uno stato transitorio abbastanza diffuso nell’infanzia.

Non espongo teorie, ipotesi, o studi compiuti su altri, parlo in prima persona. Racconto di vicende in cui sono stata protagonista, ed azioni che ho compiuto senza il più lontano senso di colpa e solo per giocare, sapendo bene di dover tenere nascosto questo genere di svago agli adulti che non avrebbero approvato.

Ho ricordi nitidi e precisi della mia primissima infanzia soprattutto per le emozioni e le ansie che scaturivano in determinate situazioni “proibite”.

Il “gioco” che ricordo con maggior turbamento, ora che sono adulta, è una sadica invenzione messa in atto una domenica pomeriggio nell’estate dei miei quattro anni durante una visita ad una famiglia di lontani cugini che abitavano in una grande cascina fuori città.

Non avevo mai visto quella gente e poco importava di stare in mezzo ai grandi, sicché quando mi dissero di andare nell’aia a giocare con i “cuginetti” non mi feci pregare. Nemmeno loro conoscevo. Erano fratello e sorella, lei aveva la mia età lui un anno meno di noi.

Tra bambini la confidenza non tarda ad arrivare, soprattutto quando i grandi sono impegnati nei fatti loro e ritengono i piccoli al sicuro e lontano dai pericoli. Infatti eravamo tranquilli nella vecchia corte dietro il fienile. I giocattoli non c’erano quindi inventammo una specie di nascondino in cui chi perdeva faceva penitenza.

Io la mia coetanea ci coalizzammo subito ai danni del più piccolo, perciò la penitenza toccava sempre a lui. Ed era una gran brutta penitenza poiché in silenziosa connivenza io e la sorella avevamo deciso di sottoporlo ad una tortura che oggi mi fa rabbrividire: ben sapendo di fargli male e consapevoli che il gioco era di quelli vietati, lo convincemmo a togliersi i calzoncini per fare pipì e poi mentre una lo teneva l’altra prendeva in mano il suo pisello tirandogli la pelle e cercando di trapassarla con dei bastoncini in legno appuntito trovati per terra, insomma tentavamo di fargli un piercing (che all’epoca nessuno aveva mai sentito nominare) con lo stecchino. Il piccolo naturalmente piangeva per il male, ma noi lo “pregavamo” di tacere e sopportare, altrimenti non avrebbe più potuto far parte della nostra compagnia di gioco. E lui, un po’ per paura, un po’ per non sentirsi emarginato subiva con le lacrime agli occhi promettendo che non avrebbe detto nulla ai genitori.

Questo ricatto perverso e vile andò avanti per l’intero pomeriggio finché non fummo chiamati in casa per la cena.

Una volta a tavola alla domanda che cosa avete fatto, tutti e tre in coro rispondemmo “giocato a nascondino” sentendoci piacevolmente complici (compresa l’occasionale vittima) di qualcosa che gli adulti non dovevano sapere.

Questo è solo un episodio isolato che non ebbe occasione di ripetersi poiché la visita a quei parenti si esaurì lì, ma la mia vena sadica si manifestava saltuariamente senza motivo né cause scatenanti. Davanti a casa mia passava spesso una bambina di un paio d’anni più grande di me, aveva un aspetto dolce e malinconico, molto timida e graziosa, transitava dinanzi alla mia porta per recarsi nella sua via. Io l’aspettavo dietro l’uscio di casa e le apparivo di fronte brandendo una scopa grande il doppio di me, con il chiaro intento di sbattergliela in testa se osava passare impunemente. Insomma la poveretta doveva pagare una specie di pedaggio altrimenti non andava oltre: un bel paio di scopate sulla testa non gliele toglieva nessuno anche se la sua sola colpa era quella di essere costretta a passare nel mio territorio e di non piacermi “a pelle”, senza motivi di alcun genere.

Ogni volta doveva intervenire mia mamma, altrimenti quella non sarebbe uscita integra da lì. E non m’importava un fico secco se piangeva e mi supplicava di non farle male, io come presa da un raptus, quando la vedevo dovevo correrle dietro in quel modo. Non sono mai riuscita a spiegarmi il motivo di quel astio totalmente gratuito, ma ancora adesso ricordo quanto mi piaceva spaventarla e vederla piangere.

Che senso avrà avuto tutto questo? Dovevo forse vendicarmi di qualcosa o qualcuno che a sua volta usava maltrattare me ed io non potevo ribellarmi? Volevo forse punire lei per le pesanti molestie sessuali rivoltemi da parte di un quarantenne marito di un’amica di mia madre, eppure non lo conosceva neanche, fosse stata sua parente sarebbe stato comprensibile.

Crescendo persi l’abitudine di bistrattare gratuitamente i miei simili, ma a scuola difficilmente venivo emarginata o presa in giro da certe compagne che facevano mucchio per prendersi gioco delle più deboli, perché io non faticavo a mollare delle sberle sonore a chi m’infastidiva oltre un certo limite, quindi in classe sapevano bene che era meglio non stuzzicarmi.

E pensare che i miei genitori non litigavano mai e nessuno alzava la voce né tanto meno le mani in famiglia, i problemi si risolvevano in silenzio e molto privatamente, benché vivendo in spazi parecchio ristretti la privacy era inesistente; (questo argomento verrà discusso altrove).

Negli ultimi anni si parla parecchio del bullismo scolastico, in questo caso entra in scena il branco che dà forza a qualunque catenaccio, ma io credo che la perversione sia insita in ogni essere umano e che poi venga mediata dal carattere, dalle esperienze di vita e dall’autocontrollo di cui ognuno è dotato. Comunque non mi meraviglio affatto se, ogni giorno di più, sento notizie inquietanti di fatti che accadono, tra persone comuni e pacifiche, in paesini sperduti e mai sentiti nominare, che diventano improvvisamente e clamorosamente famosi per la cronaca nera. Evidentemente quando s’inceppa il meccanismo dei freni inibitori chiunque può trasformarsi in un mostro sanguinario.

Naturalmente, secondo le mie personali convinzioni, parlo di esseri umani poiché negli animali l’istinto, i segnali di resa o di pericolo e la loro natura non sbagliano mai. Tutto ciò che essi fanno nel bene e nel male è dettato dallo spirito di sopravvivenza o dalla selezione naturale, l’offesa fatta per divertimento o pura cattiveria è pressoché inesistente a differenza di quanto succede a noi rappresentanti della razza dominante sulla terra e dotata di intelligenza superiore.

Se avete voglia di leggere “Dei bambini non si sa niente” libro d’esordio di Simona Vinci, preparatevi ad un racconto crudo e senza pietà. Tengo a precisare che la storia narra di “giochi” che vanno ben oltre quanto da me testimoniato sopra: nel romanzo la componente sessuale è l’innesto principale della storia dove i bambini sono manovrati da personaggi più avanti d’età.

Il mio faccino innocente nascondeva dolorose esperienze

13 risposte a "Dei bambini non si sa niente"

  1. Credo che la tua “perversione” infantile fosse uno sfogo causato da qualche sopruso che tu subivi ma non eri ancora in grado di metter a fuoco.
    Io, da piccola, ero molto protetta sia dall’ambiente familiare che dai figli dei vicini di casa alcuni dei quali erano di poco più grandi di me, perché, orfana di padre, facevo loro loro tenerezza. Questa sicurezza e protezione fecero nascere in me la voglia di proteggere chiunque fosse debole e in pericolo. Già nei primi anni di scuola mi ergevo, nonostante la mia bassa statura, contro chiunque se la prendeva con chi non era capace di difendersi.
    Ho poi osservato mia figlia, nella sua crescita e ho notato che non esisteva in lei alcuna crudeltà, né verso gli animali e neppure verso i suoi compagni di gioco, anzi, spesso non si accorgeva nemmeno di alcuni dispetti che le venivano fatti e ai quali anche noi adulti cercavamo di non dare importanza, proprio per non intaccare la sua “innocenza”.
    Credo che i bambini maltrattati da piccoli, non riuscendo a difendersi, sfoghino su altri la propria infelicità. Ho conosciuto invece adulti che sanno essere crudeli con i più deboli e ne godono, io li considero dei vigliacchi, perché se uno si rivolta contro di loro alla fine dimostrano la loro paura.

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    1. io ero sempre in balia del vento, si viveva per strada perché i miei erano impegnati in altre faccende. Io dovevo difendermi da tutto poiché già da piccola capivo che mamma e papà avevano problemi grandi ed io non volevo essere di peso, perciò ho imparato a cavarmela da sola in ogni occasione comprese le molestie sessuali. Però, come è successo a te, ho anche sviluppato un grande senso di protezione verso persone o animali indifesi, per proteggere creature deboli sono sempre stata pronta a farmi ammazzare. Ed è così ancora oggi.

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  2. Che mistero la mente umana! :O
    Da piccola avrei avuto il terrore di incontrarti ahah xD
    Chissà, magari quella bambina che volevi colpire con la scopa ti aveva fatto qualcosa in un’altra vita o dimensione! 😀
    Interessante argomento… e che carina da piccola! *_* Come lineamenti in quella foto mi ricordi l’attrice Keeley Hawes 🙂

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      1. Che bello, è la cosa migliore che puoi fare 💗 mi dispiace per le tante difficoltà… sicuramente le hai affrontate al meglio vista la persona particolare che sei, con una sensibilità spiccata 😊

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