Lifestyle · Opinione · qualche pezzo di me

Una notte all’Ikea

Ispirata dal post dell’amica Sara Provasi “Karl all’Ikea”, mi è tornata alla mente un’avventura vissuta proprio in un non-luogo come l’Ikea.

L’unica volta che vi ho fatto un acquisto importante è stata un’autentica peripezia.
Io e il mio moroso partimmo alla ricerca di un piccolo divano-letto da una piazza e mezza.
Una volta fatta la scelta chiesi al responsabile di reparto il costo del trasporto. Lui, dopo aver consultato la tabella con tutti i paesi d’Italia dichiarò una cifra che per noi era accettabile.
Ci recammo quindi in cassa a pagare il divano. Per la spedizione ci mandarono in uno sportello esterno per saldare e comunicare l’indirizzo preciso.
Allo sportello scoprimmo che il costo della consegna era il doppio di quello indicatoci in reparto, cifra di poco inferiore al costo del divano stesso.
Non servirono a nulla le nostre proteste e richieste di ridarci i soldi.
Ormai l’acquisto era pagato e non vollero sentir ragioni, neppure appellandoci al diritto di recesso entro sette giorni.
Insomma onde evitare di arrabbiarci ulteriormente e infilarci in annose pratiche per far valere i nostri diritti decidemmo di effettuare il trasporto con la nostra macchina.
Gli addetti portarono il paccone vicino all’auto e ci abbandonarono al nostro destino. Destino dispettoso, poiché fu subito evidente che per far entrare il mobile nell’auto, pur tenendo il portellone aperto, occorreva eliminare il sedile del passeggero davanti oltre ad abbassare quelli posteriori.
Constatando l’impossibilità di effettuare l’operazione trasporto, tornai speranzosa all’ufficio accoglienza chiedendo se era possibile lasciarlo in magazzino e andare a ritirarlo il giorno successivo.
Nisba, ormai il divano era fuori e non poteva più rientrare.
Rigidi e inossidabili fino alla fine i dipendenti dell’Ikea rispettarono il regolamento ferreo: o pagate il prezzo richiesto per la consegna o vi arrangiate. Unica magnanima concessione era permetterci di lasciarlo nel parcheggio incustodito.

Mortificati e arresi io e Marco ci organizzammo nell’unica maniere che ci venne in mente.
Smontammo la parte ingombrante dell’auto e, con molte acrobazie, infilammo il divano che rimase esposto per buona parte fuori dall’auto, così lui portò a casa il divano a 90 km di distanza.
Intanto il famigerato magazzino aveva chiuso i battenti. Io come una povera derelitta rimasi sola nel parcheggio, seduta sul sedile estratto dall’auto, fino alle 11 di sera quando Marco tornò a recuperarmi.

Potrei ricavarne un racconto a scelta tra horror, comico, grottesco, vaffanculesco: “Una notte all’Ikea”/”Fanculo Ikea”.

19 risposte a "Una notte all’Ikea"

      1. In due persone e due ore per sette piani, ma ero più giovane e disperata. Piena estate, bambina di due anni, come fare senza frigo e senza soldi? La disperazione aguzza l’ingegno e regala la forza necessaria

        Piace a 1 persona

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