Scrittura

Il pastore Geremia

Mi chiamo Geremia, ho 37 anni, faccio il pastore.

Giro per le valli con un gregge di pecore e con il mio amico Bellosguardo, un cane schietto e gioviale che ha deciso di unirsi a me due estati fa: una sera, mentre stavo bivaccando, lui si presentò tranquillamente, senza emettere alcun suono, e si accovacciò accanto a me; gli offrii un pezzo di pane e lo accarezzai.

Sporco com’era e alla luce del fuoco, assomigliava molto ad un lupo, ma la cosa non mi incuteva paura; dopo tanti anni che faccio questo mestiere ho imparato a riconoscere i pericoli.

Fraternizzammo subito, io gradivo la sua compagnia e lui aveva fame e capì che nessuno lo avrebbe tenuto legato o chiuso dietro un cancello.

La mattina successiva, spontaneamente decise di seguirmi e, dopo pochi giorni già sapeva tenere a bada le pecore senza che io gli avessi insegnato nulla, semplicemente osservando diligente i miei movimenti.

Sono felice di averlo con me, oltre ad essere un valido aiuto è anche un sagace compagno d’avventura che mitiga molto la mia solitudine.

Eh sì, la solitudine ogni tanto si fa sentire.

A essere sincero non mi disturba molto, ma mi accorgo che esiste quando faccio domande ad alta voce e rispondo, come se io fossi due o più persone. E’ un modo come un altro per sentirmi in compagnia: conto le pecore, gioco con Bellosguardo, suono il flauto e parlo da solo.

Una notte però, proprio mentre suonavo il mio strumento, accadde un fatto inconsueto anzi, direi straordinario.

Sulle note della musica udii un canto, prodotto da una voce talmente bella da sembrare celestiale. Girai il capo e, dietro l’albero cui ero appoggiato, vidi un essere con sembianze umane, ma era troppo radioso e fulgido per esserlo.

Pensai ad un extraterrestre, ma questi iniziò a parlare ed impedì ai miei pensieri di andare oltre: “Buonasera Geremia, sono il tuo angelo tutelare, colui che veglia su di te. Ho ascoltato quella melodia e non ho potuto evitare di accompagnarti col mio canto.

So che non avrei dovuto, perché noi dobbiamo custodire le anime senza manifestare la nostra presenza ma…la musica mi ha talmente rapito che non ho saputo resistere.

Ti sembra strano che un angelo possa esser preda di un simile estro? Anche noi, proprio perché stiamo così vicini ai comuni mortali, possiamo essere contagiati da abitudini terrene, innocenti abitudini ovviamente.

Il canto, sì, il canto ha sempre rappresentato la mia arte preferita, perciò…eccomi qua.

Ti vedo sorpreso, spero di non averti spaventato.

So che non ti sei mai posto domande sulla mia possibile esistenza ma, ormai ho rivelato la mia presenza, perciò è meglio che tu sappia qualcosa di me”.

Bellosguardo sonnecchiava mite vicino al fuoco, non so se udiva le parole dell’angelo poiché, al suo apparire, sollevò il capo lievemente senza allarmarsi; come se avesse fiutato una presenza e, pur senza veder nessuno, avesse intuito che non v’era pericolo.

“Essendo costantemente accanto a te, conosco ogni tuo gesto ed ogni tuo pensiero – continuò il mio interlocutore – anche se mi sei stato affidato senza che io ti abbia scelto, il tuo spirito è molto simile al mio, abbiamo caratteristiche interiori eccezionalmente affini.

Contrariamente a ciò che voi mortali pensate, le creature celesti non fluttuano dentro il nulla beato: pensano, vivono e hanno sensazioni, emozioni, però solo in forma puramente spirituale, immateriale. Gli angeli custodi, in particolare, devono coltivare interessi affini ai propri tutelati, comprendere il loro pensiero ed esser loro intimamente vicini, per poterli aiutare a correggersi quando sbagliano, anche se questa è un’impresa estremamente ardua.

Io, fortunatamente, non ho dovuto imparare molto per stare con te; idee e sentimenti ci accomunano e stiamo proprio bene insieme, di questo avrai coscienza in futuro poiché hai avuto l’opportunità di conoscermi.

Ma adesso vorrei che il tuo flauto mi accompagnasse mentre canto. Vuoi esaudire il mio desiderio?”

Senza pensare a nulla cominciai a soffiare dentro lo strumento. Le note uscivano senza che io avessi scelto una melodia in particolare; era come se il mio cervello, le dita ed il flauto fossero un’entità unica ed inscindibile che si amalgamava soavemente con la voce dell’angelo.

Era un’unione in ogni senso, una perfetta unione di anime, spiriti, corpi materiali e impalpabili, energie e umori. Lui entrò in me, ed io dentro lui. Stavamo mescolando le nostre entità, io diventavo puro spirito e lui carne, lui era me ed io lui. Le parti si scambiavano spontaneamente e naturalmente, ci stavamo possedendo come in un amplesso ordinato da una mente divina.

Sentivo di essere uomo e donna nello stesso istante.

Tutto il creato entrava in me, e il giorno e la notte si alternavano in una danza di luce e tenebre.

Mi sentivo acqua, fuoco, e come la terra davo germogli e producevo frutti, e poi mi nutrivo di essi e tornavo ad esser uomo per disperdermi nell’aria e diventare impalpabile come un sospiro.

Il viso dell’angelo prendeva le mie sembianze, io stesso diventavo un angelo, creatura ultraterrena. Così siamo stati, uniti vicino al cielo, uno nell’altro, donandoci amore infinito.

Sì, quella notte ho fatto l’amore con il mio angelo custode.

L’unico episodio esaltante ed indimenticabile della mia esistenza solitaria.

Ora io continuo a suonare per ripetere la prodigiosa esperienza. Sento spesso la presenza dell’angelo, ma non riesco più a vederlo né udirlo…

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