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Sinceramente. Il libro a puntate senza appuntamento

Ho iniziato da tempo a scrivere un po’ di me.

L’ho fatto in vari modi. Raccontando storie strampalate dentro i miei libri, favole fantasiose ma non false, episodi folli ma veritieri, briciole di vita sporche di gelato o di crema pasticcera perché il dolce mi consola e mi aiuta a calmare il mio cervello ribelle che adesso picchia come un martello l’idea di abbandonare tutto e sparire.

L’intenzione sarebbe di scrivere la mia storia dall’inizio, da quando ero piccolina piccolina e dormivo nel lettino vicino ai miei gentori che scopavano pensando che non me ne accorgessi, e invece io mi spaventavo a morte perché credevo che papà facesse del male alla mamma.

E poi dirvi di quella volta, avevo tre anni, che ho messo le mani nella patata, ho annusato le dita e poi ho detto alla mamma “senti che odore”, e lei ha picchiato forte la manina gridando di non farlo più. E io mi sono chiesta perché non dovevo più mettere le mani lì dove usciva la pipì. Che cosa c’era di sbagliato lì in mezzo alle mie gambe?

Sì, forse qualcosa di sbagliato c’era se il Signor Felice, papà dei miei compagni di giochi, quando avevo cinque anni voleva a tutti i costi toccarmi lì, baciarmi lì e mettermi la lingua lì e anche in bocca. E a me faceva schifo e io scappavo terrorizzata perché mi faceva paura quell’uomo così grande con i baffi che puzzavano di fumo. E ogni volta che riusciva a portarmi a casa sua con in suoi amici mi mettevano le mani dappertutto e io non avevo il coraggio di dirlo a mamma perché lei doveva pensare a papà che andava al bar tutti i pomeriggi e quando tornava la sera lei doveva iutarlo ad andare a letto perché da solo non ci riusciva.

Il mio papà era un buono e forse non è mai riuscito a superare i traumi di un’infanzia infelice, di una gioventù passata a far la guerra. Per questo beveva e non riusciva a lavorare. Così la mamma doveva lavorare per mantenere tutti e tre. Sì, sono figlia unica, perché mia mamma non avrebbe potuto mantenere tutti i figli che sarebbero nati dalle gravidanze interrotte.

Ricordo bene il vestito rosa cipria a pois bianchi che metteva ogni volta che andava ad abortire. Era l’unico vestito elegante che aveva e lo metteva solo in quelle occasioni. Così io sapevo sempre che cosa succedeva quando arrivava a casa stanca e sola con quel vestito così bello e così carico di dispiaceri. E io piangevo di nascosto perché sapevo che lei soffriva e mi sentivo in colpa perché dovevo far finta di niente e non potevo aiutarla, e mi sentivo in colpa anche per quei fratelli che non avrei mai avuto perché mi sembrava di usurpare un posto che avrei dovuto dividere con altri.

Avevo sei anni. E le mie notti erano già piene di incubi. E non sapevo che il peggio doveva ancora arrivare.

Sinceramente. Non so se faccio bene a spogliarmi così.

Ma, sinceramente, non me frega niente.

Oggi come  allora
Oggi come allora quella bambina esiste ancora*

 

*Immagine dal web

11 thoughts on “Sinceramente. Il libro a puntate senza appuntamento

  1. Santo cielo! Non so è davvero un testo autobiografico, ma spero di no, eppure leggendo mi sono venuti in mente flash più o meno confusi della mia infanzia, cose che avevo rimosso.
    Comunque a priori e dalla fonte da cui hai attinto questo piccolo pezzo di mondo, complimenti per come è scritto e per la voglia matta che mi hai fatto venire di abbracciare quella bambina che esiste ancora…

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  2. Quanta fatica ha fatto a volte quella bambina, quel bambino che poi resta dentro di noi. Conoscendo le persone più a fondo si scoprono non di rado ferite profonde che sono state in qualche modo ricucite con la volontà, la forza e il coraggio ma restano i segni comunque, ne so qualcosa anch’io. Un abbraccio grande alla bambina che si è rialzata e alla donna che ha saputo prenderla (prendersi) per mano.

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