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S.O.S.PESA

...

Da domani mattina (non so ancora per quanto tempo) sarò cieca pertanto non potrò né leggere né scrivere, neppure uscire a farmi qualche chilometro in collina.
Sarà una noia mortale, spero passi in fretta.
Ci si rilegge appena possibile.

Non scappate eh…

IMMAGINARE
IMMAGINERO’ QUEL NON VEDRO’

Se avete voglia, tempo, e possibilità rileggete questo mio racconto che oggi suona come una preghiera ad un amico molto caro, un po’ ammalato, perché sappia che non mi può lasciare sola.

SOLITUDINE COSMICA (pubblicato nel libro “Storie di un illustratore di coriandoli”)

Non poteva essere un cielo quello che vedeva sopra, immenso, perdutamente infinito; così sguaiatamente arancio con sprazzi di rosso, percorso da labirinti neri come la pece. E non poteva essere un mare quello in cui galleggiava il bidone di petrolio dentro il quale era immersa; un mare così non poteva esistere: blu marcio, perfettamente piatto e lucido come una lastra d’acciaio levigata con precisione elettronica, anch’esso decorato in modo opprimente da quei labirinti neri.
Le due lastre lucenti, assolutamente immobili, erano proiettate con prepotente violenza al punto da creare l’idea del movimento perpetuo destinato ad infrangersi verso un orizzonte lontano dove cielo e mare si univano mescolando soltanto i labirinti neri.
Quella visione di angosciante orrore le riempiva gli occhi, i colori si confondevano nelle pupille e i labirinti neri le bucavano provocando un senso di nausea profonda che percuoteva il suo stomaco martoriato da liquidi maleodoranti. Istintivamente tentò di toccare la pelle sopra lo stomaco e si accorse di non avere le mani; cercò il resto del corpo ma non lo vide e neppure lo sentì. Dov’era finito il suo corpo? Come poteva sentirsi immersa in quella latta di petrolio se il suo corpo non esisteva più? Come poteva galleggiare nel liquido denso osservando le due immense lastre che si univano all’orizzonte. La sua carne non c’era, ma lei c’era, sentiva di essere lì, ne aveva la certezza assoluta.
Dove era finita e come ci era finita dentro quell’incubo insopportabile…
Lentamente cominciò a ricordare. L’esplosione…proprio mentre passava accanto alla raffineria; ma non era esplosa la raffineria…l’annunciata collisione tra terra e luna si era verificata prima del previsto, improvvisamente. Era avvenuta…la distruzione totale; si era verificata la distruzione totale e nessuno era riuscito ad evitarla, nonostante i calcoli sulla traiettoria, sui tempi, e le manovre per eluderla, il disastro si era verificato prima del previsto cogliendo il mondo di sorpresa…distruggendolo…
E lei…certo, lei si era ridotta come gli scienziati avevano immaginato che potesse succedere ai rarissimi superstiti: era diventata una cellula, una delle poche forme di vita che sarebbero sopravvissute a quel cataclisma; i pochi esseri viventi avrebbero subito una regressione allo stato di cellule. Almeno in questo non avevano sbagliato.

“E le altre cellule? Ci saranno altre cellule in giro? – si domandò – E come posso comunicare con loro? Come posso gridare se non ho polmoni, non ho lingua, non ho bocca per urlare. Posso solo vedere e pensare, forse le cellule hanno occhi e cervello, magari anche lo stomaco perché vorrei vomitare ma non riesco; forse li hanno, ma così piccoli da poter essere contenuti in uno spazio microscopico.” Improvvisamente si rese conto che non aveva la minima idea di quali potessero essere le dimensioni di una cellula. Non sapeva praticamente nulla del suo nuovo modo di essere, lei era ridotta ad una cellula senza conoscere nulla delle cellule.
Un cellula perduta in quell’immenso mare-cielo dentro un resto di bidone di petrolio e nient’altro; niente altro.
Chissà per quanto tempo quel bidone sarebbe stata la sua casa, e quell’orrendo paesaggio l’unica visione possibile. Cosa sarebbe successo dopo? Per quanto tempo sarebbe rimasta lì, sola e immobile a pensare e guardare, senza potere fare altro che pensare a come passare il tempo e guardare i labirinti che decoravano l’arancio e il blu marcio. Magari per l’eternità, o magari soltanto per milioni di anni in attesa che un’altra catastrofe dell’universo mutasse la situazione.
No non voleva restare così, non voleva rimanere per un tempo infinito in quella condizione raccapricciante.
Sapeva di non poterlo fare veramente, ma lo fece come era nelle sue possibilità. Il suo cervello cominciò a piangere ed urlare “Noooooo! Non voglio rimanere così, non voglio restare sola per l’eternità a galleggiare in questo bidone, io povera cellula sopravvissuta alla fine del mondo, non voglio restare così…sola. Perché non mi hai distrutto, perché non hai disintegrato anche me, perché non mi hai eliminata come hai eliminato tutto il resto. Non puoi farmi questo, ti prego ascoltami, non mi lasciare qui, distruggi anche me; ti prego distruggimi, distruggimi, non lasciarmi qui, distruggimi. Non lasciarmi sola per l’eternità.”
Il pianto disperato e muto si levava dal suo cervello infrangendosi contro l’immensa lastra di mare-acciaio, rimbalzando contro il cielo-acciaio per tornare come un’eco tragica dentro il suo cervello.
Così sarebbe stato per sempre. “Per sempre, per sempre, per sempre…” Ripeteva malinconicamente come un’antica pantomima senza senso…

Vide la sagoma avvicinarsi goffamente, non riusciva a distinguere cosa fosse, mano a mano che si avvicinava i contorni diventavano più precisi, e…sembrava lui, m…ma sì certo era la sua testa; era troppo familiare quella testa, troppe volte l’aveva accarezzata, quella era la testa di Nerocane, il suo Nero, il suo adorato e fedele cane dagli occhi scuri, e si stava avvicinando, si dirigeva proprio verso di lei. Ma allora, allora non tutto era stato distrutto, qualche essere vivente ancora c’era, forse era rimasto ancora qualcosa della terra, magari da qualche parte fuori da quelle due lastre c’erano forme di vita, ancora pezzi di mondo, forse la catastrofe s’era verificata solo nel suo paese, forse il resto della terra esisteva ancora. E…certo, cosa ne poteva sapere lei costretta lì dentro, povera cellula immobilizzata dentro una latta di petrolio immersa in un mare marcio, sotto un cielo rancido. Caro adorato Nero, generoso e fedele persino dopo la fine del mondo. Nero si avvicinava e lei non lo vedeva muoversi e nuotare, vedeva solo la testa avanzare lenta senza il tipico scuotimento dato dal procedere delle zampe nel liquido, lo vide finalmente vicino.
Di Nero era rimasta solo la testa, schizzata e rimbalzata chissà dove al momento dell’esplosione, chissà come rimasta intatta lontana dal corpo e chissà come giunta fino a lei, ma era integra, integra e perfettamente conservata.
La testa di Nero era vicina adesso, gli occhi di Nero la guardavano, ma Nero non c’era più là dentro, lui aveva ricevuto la grazia di potersene andare…
Caro adorato Nero, il cane più dolce ed affettuoso che avesse avuto, era contenta di vedere che a lui era stata risparmiata quella sorte crudele, era felice che lui fosse morto, un pensiero assurdo che in passato l’avrebbe fatta inorridire, non avrebbe mai pensato di poter essere felice per la morte del suo amatissimo compagno.
La testa di Nerocane, era proprio davanti a lei adesso, sembrava osservarla, ora poteva vedere bene quegli occhi scuri che tanto affetto esprimevano nei suoi confronti, poteva vedere bene il suo naso accostato a lei come quando la leccava per dimostrarle amore.
La testa di Nerocane, così vicina, le esplose addosso squassando il bidone di petrolio; lei sentì svanire nausea, colori acidi e marci, labirinti neri, sentì svanire il proprio cervello. In quegli ultimi istanti di vita ingrata provò una profonda gratitudine verso il suo adorato che per l’ultima volta le aveva dimostrato la propria devozione; sentì librarsi la gioia infinita perché capì che finalmente non sarebbe esistita più…davvero.

Nerocane
Nerocane

25 thoughts on “S.O.S.PESA

  1. Sarà diverso ma se momentaneo per poco tempo vedrai con altra luce sono sicura che avrai modo di scrivere con la mente e poi scriverai a noi qui che ti aspettiamo ,forza e non mollare mai !!!

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  2. Oggi non mi leggi , ma auspico una brevissima convalescenza che porti ad una carica sopita che esploderà come tu solo sai !a dopodomani : uno dei tanti ammiratori

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