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GOLA PROFONDA: IL TRADIMENTO

Ieri sono andata in città per sbrigare alcune pratiche relative alla mia spinosissima situazione lavorativa.
C’era mercato in Piazza Duomo, perciò mi ci sono ficcata dentro poiché erano anni che non mi succedeva di essere in libertà come adesso.
Passando davanti a una rinomata gelateria situata proprio nella piazza non ho resistito al richiamo della gola profonda, così sono entrata per acquistare un po’ di dolci che ancora non conoscevo. Ho portato a casa l’assortimento completo dei semifreddi monoporzione (grandi come una coppetta media di gelato): otto gusti diversi, quindi otto coppette che pensavo di sbafare metà a merenda e metà dopo cena come dolce.
Tutto nella norma dirà chi conosce la mia ormai mitica voracità “dolcifera”.
E invece no, questa volta devo confessare di aver trovato il dolce che riesce a mettermi alla prova. Convinta di spolverare le otto coppette senza battere ciglio (visto che normalmente mangio mezzo chilo di gelato prima di andare a letto con la massima tranquillità), ho attaccato la prima avidamente.
Una vera prelibatezza: soffice e corposa mousse condita di pistacchi. La seconda: meringata con cioccolato, spazzolata via in fretta, poi sono passata alla crema e cannella, quindi al torroncino.
A questo punto mi sono bloccata
Non riuscivo a credere al mio stomaco che mi diceva: BASTA!
Ma come? Rispondo io, ne abbiamo ancora quattro e sono le più golose: bignolata con caramello, tartufata, cioccolato e nocciolata, le nostre preferite!
Piantala lì altrimenti finisce male. Risponde lui!
Fammi capire: arriviamo a un chilo di gelato senza problemi, due viennette, sei magnum double…e mi vai in danno per quattro semifreddi?
Eh…che tte devo dì…abbiamo trovato il dolce che sa tenerci testa.
Stiamo invecchiando?
No, no è che questo sono bombe a mano, tritolo puro, se mescoli troppo qui dentro esplode tutto. Tra l’altro a colazione ci siamo fatti una crostata di mele con uvetta e noci e due brioche, adesso abbiamo appena finito una coppa media di gelato, non è che veniamo dal digiuno eucaristico eh…
Okkei dai sospendiamo semmai riproviamo più tardi.
Non è silenzio è rassegnazione, è che se mi devo suicidare meglio farlo quando avrò ottenuto tutte le mie spettanze maturate in tredici anni di lavoro senza soste. Almeno non faccio favori a chi non li merita e posso spendere tutto in una scorpacciata degna dell’epica “Grande abbuffata” di Marco Ferreri.

Come le sirene per Ulisse
Come le sirene per Ulisse
Gola da morire
Gola da morire
Pure esteticamente affascinanti
Pure esteticamente affascinanti

Nel girone dei golosi è già pronto un trono tutto per me

😉

 

4 thoughts on “GOLA PROFONDA: IL TRADIMENTO

  1. Hai mai visto un gatto piangere? Io sì.
    Avevo appena portato a casa un chilo e passa di quei pesciolini piccoli piccoli da friggere e da mangiare come patatine. Con un coltellino si taglia via la testa e via, in farina e in padella!
    Man mano che decapitavamo questi pesci freschissimi, mettevamo le loro teste in un piattino destinato a una nostra vecchia conoscenza: il paziente inglese (per chi fosse all’oscuro di chi sia costui, c’è il post “il paziente inglese” sul blog my3place).
    Questo disgraziato, per non dire altro, in vita sua non ha mai conosciuto scatolette o roba del genere, era abituato a trattarsi bene insomma, ma quando gli arrivò sotto al naso la prima porzione di bocconcini formato testa ci si avventò come se avesse appena finito di scontare un lunghissimo Ramadan.
    Più che “spazzolare” in quel caso è più indicato il verbo “lustrare”, in quanto dopo pochi minuti il piattino riapparve lucido come appena tolto dalla credenza.
    Intanto noi andavamo avanti col nostro lavoro, e perciò il suo piattino fu nuovamente rifornito di teste.
    La seconda ondata non fu meno apprezzata della prima, anche se il tempo impiegato per la sparizione del contenuto fu leggermente superiore.
    Il dramma si doveva compiere al terzo atto, pardon, al terzo piattino.
    Protagonisti: un gatto ormai sazio, un piattino pieno di teste di pesce, il dilemma amletico.
    Il tipo guardava il piatto e piangeva. Il richiamo era fortissimo, irresistibile, ma egli si rendeva conto che era una lotta impari, e della sua cocente sconfitta si rammaricava: mangiare o non mangiare? Questo è il problema. Se ne stette fermo lì cinque minuti buoni, fissando cogli occhi lucidi il nemico che lo aveva ignominiosamente battuto, e maledicendosi per la sua piccola taglia di gatto, quindi, non sopportando oltre un tale strazio, se ne andò a dormire sulla panca.
    Vedi bene che, grande o piccolo che sia, ognuno di noi trova sulla sua strada la “parete impossibile da scalare” ed è un bene che esista in quanto ci mette alla prova, non per superarla, ma per accettarla come una cosa più che naturale.

    😉

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