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FUENTE OVEJUNA

A volte gli intarsi della vita si mescolano congiungendo passato e presente anche attraverso le connessioni telematiche che ci uniscono grazie ai social network.

Proprio oggi ho iniziato a seguire su twitter un tipo che mi sembra interessante: “Io ricordo” @parallelo38rc. Ancora tutto da scoprire, ma l’ho scelto innanzitutto perché ieri abbiamo avuto un simpatico scambio grazie anche ad una mia conoscenza già acquisita @elisaborriero, e poi perché mi ha colpita la sua pic e lo sfondo alla medesima: il celeberrimo quadro di Pellizza Da Volpedo “Quarto stato”, che per gli italiani è un grande vanto e per me, che abito a pochi chilometri da Volpedo e passo di frequente davanti alla casa museo del famoso pittore, è ancora più significativo.

Spesso seguendo il filo dei miei pensieri vado a percorre e ripercorrere strade lontane e dimenticate, così è successo oggi quando ho sbirciato il profilo del mio nuovo amico ed ho visto appunto quel dipinto.

Ma non è del dipinto né del nuovo amico che voglio scrivere in questo breve post, perché l’insieme mi ha portata ad un’altra immagine eccezionale e di conseguenza ad un altro personaggio straordinario: Antonio Gades (nome d’arte di Antonio Esteve Ròdenas) grandissimo danzatore e coreografo spagnolo spentosi purtroppo nel 2004. Di questo fenomenale artista ho visto un solo spettacolo ma ne sono rimasta talmente rapita da non dimenticarlo mai più, anzi credo di poterlo annoverare tra i migliori ballerini che abbia mai visto, e credetemi io ho visto l’eccellenza della danza in tutte le sue sfaccettature: tranne Rudolf Nureyev, di cui non ho fatto intempo a cogliere la magia, gli altri penso di averli visti tutti. Da Baryshnikof a Carla Fracci, dai Momix di Moses Pendleton inventati dopo gli I.S.O. dove un luminoso Daniel Ezralow brillava come un prezioso diamante (molto prima di trasformarsi nella ciofeca di oggi ridotto a coreografare le scamorze di Maria De Filippi) Da Martha Graham a Maximiliano Guerra, per non parlare di Merce Cunnigham che ho visto ormai vecchissimo ma talmente strepitoso da lasciare chiunque a bocca aperta anche in tarda età, e poi gli Stomp, Tao, i virtuosismi acrobatici dei ballerini russi, e i musical più rinomati da Cats a Rocky Horror che ho seguito in tutte le salse, cinema, teatro e rifacimenti dilettantistici con partecipazione del pubblico. E i Tangueros argentini con i loro impossibili miscugli di gambe e passionali casque. Per non parlare dei mitici e folli artisti de “La Fura dels Baus” di cui non ho perso una messa in scena in Italia: portano in giro esibizioni un po’ differenti dalla danza, se non li conoscete cercateli perché Loro danno parecchie soddisfazioni a Maestro Strabilio. E mi fermo qui perché se continuo mi perdo e vado a raccontare altro dimenticando che oggi le mie parole sono solo per Antonio Gades e Pellizza da Volpedo.

Che cosa c’entra un pittore con un danzatore di flamenco direte voi.

Beh il legame è fortissimo e lo potete constatare guardando il filmato della rappresentazione di “Fuente Ovejuna” una delle ultime opere portate in tourné da Gades e che io ho avuto la fortuna di vedere al Teatro Nazionale di Milano nel lontano 1996. Avevo scelto quello spettacolo poiché ho una grande passione per il Flamenco e conoscendo la fama di Gades volevo assolutamente vederlo. I biglietti costavano una fortuna perché chi frequenta e ama gli spettacoli di tal genere sa che per gustare appieno queste esibizioni è fondamentale sedersi in una posizione strategica, conoscere bene il teatro e quindi scegliere quelle poltrone in quella determinata fila della platea, né più avanti né indietro altrimenti si perdono pezzi di meravigliose visioni. Per la musica e l’arte sono pronta a qualunque rinuncia pur di godere da vicino il talento di un grande.

Ma ancora non ho raccontato il nesso tra danza e pittura. E adesso ci arrivo: non avevo letto nulla dell’opera che avrei visto, tranne appunto il nome dell’etoile, quindi è stata una sorpresa totale, una meraviglia per gli occhi, le orecchie ma soprattutto emozioni a non finire che riempiono anima e cuore fino negli spazi più nascosti. Uscendo estasiata dal teatro commentavo con gli amici e tutti convenimmo che in tanti momento della rappresentazione sembrava di vedere vivere il famoso quadro di Pellizza da Volpedo “Quarto stato”. Il giorno successivo, leggendo le recensione sul giornale venni a conoscenza del fatto che Gades si era ispirato proprio a quell’opera per le coreografie del suo spettacolo.

Ecco è tutto qui il succo del mio discorso. Senza che io lo sapessi il Maestro è arrivato a farmi vedere proprio l’immagine come lui desiderava riuscendo a ricordarmi il dipinto tale quale. E quindi con questo lungo preambolo voglio solo dire che quando un artista riesce ad evocare nello spettatore esattamente ciò che si era prefissato, merita veramente tutta la fama e il successo di cui s’illumina.

Sì, ho scritto tante righe per esprimere un concetto minimo, ma talmente grande nel suo significato da meritare le parole più belle del vocabolario.

P.S.: Certo, non mi manca nemmeno Joaquìn Cortés che ho addirittura intervistato per la radio in cui lavoravo proprio ai tempi del suo esordio in Italia, quando la sua fama si stava allargando a macchia d’olio. Cortés all’epoca era un bellissimo ragazzo, simpatico, disponibile e per niente divo, purtroppo non all’altezza di tanto successo perché il suo flamenco “contaminato” può andar bene per le riviste patinate di moda dove appariva con Naomi Campbell, ma non per palati fini come il mio.

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